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Arezzo – piazza Grande

L'epitaffio di Larthi Cilnei (di cui si riparlerà con più dettagli tra poco) conserva la radice del nome etrusco di Arezzo: Ariti (lat. Arretium; gr. Arretion). Un recente studio di Dieter Steinbauer ha proposto di riconoscere, con maggiore precisione, una forma etrusca Aritim.

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L'idea sembra plausibile ed è fondata, oltre che sulla verosimile rilettura della citata parola dell'epitaffio della Cilnei (forse da intendere come aritimax 'aretino'), anche sulla brillante soluzione suggerita per il difficile testo epigrafico votivo OB 3.2 (inciso su una statuetta bronzea del IV secolo a.C.): mifleres spulare (così per spurale) aritimi 'io (sono) del nume (che è) nella città di Arezzo'. Quanto alla sequenza arcaica aritimipi turanpi di Ve 3.34 (VI secolo a.C.), in aritimi pare comunque ancora meglio riconoscibile il nome di una divinità (Artemide?), vista la parallela ricorrenza del nome di Turan (Venere-Afrodite). Le fonti letterarie ci forniscono riferimenti abbastanza numerosi alle vicende dell' Arezzo etrusca. Una delle più antiche menzioni è ricavabile da Dionigi di Alicarnasso (Antichità Romane, 3,51 sgg.), secondo il quale un gruppo di città etrusche, precisamente «Chiusini, Arretini, Volterrani, Rosellani e inoltre Vetuloniesi», promise e inviò contingenti in aiuto ai Latini che si erano coalizzati per bloccare le mire espansionistiche del re di Roma Lucio Tarquinio Prisco (616- 579 a.C.). Quest'ultimo, dopo le vittorie già ottenute sui Latini, di cui prese diversi oppida, sarebbe riuscito vincitore anche sulle forze congiunte etrusco-latine (l.c., 3, 53). Dai frammenti dei fasti trionfali di Roma sappiamo che Tarquinio Prisco celebrò il suo primo trionfo, de Latineis, il primo giorno del mese di quintile (luglio) di un anno compreso tra il 598 e il 595 a.C.; il secondo trionfo (datato al primo di aprile del 588 a.C.) fu proprio de Etrusceis ed è così, indubitabilmente, riferito agli avvenimenti narrati da Dionigi. Veramente dai dati archeologici risulterebbe che ad Arezzo il processo di urbanizzazione sia stato abbastanza tardivo, rispetto a quello degli altri centri maggiori dell'Etruria.

I reperti più risalenti, datati alla prima metà del VI secolo a.C., non permettono di intravedere un' importante città etrusca per l'epoca arcaica, quanto piuttosto un insediamento agricolo non molto grande inserito presumibilmente nell'area di influenza dell'allora già potente città di Chiusi. Sembra perciò verosimile che Arezzo possa essere stata inclusa nell'elenco delle dodici città più importanti d'Etruria solo in epoca successiva alla sua fioritura, che avvenne gradatamente tra il V il IV secolo a.C. La notizia di Dionigi di Alicarnasso, derivata, come la sua datazione (588 a.C. ca.), dalle fonti annalistiche romane, sembrerebbe dunque da rivedere come un'interpolazione (almeno per quanto concerne la partecipazione di Arezzo), anche se non si può escludere la possibilità che il passo celi un indizio degli esordi di un'acquisizione di autonomia da Chiusi dell'ancora modesto centro di Arezzo (nell'elenco di Dionigi gli Aretini sono menzionati subito dopo i Chiusini).

La stessa posizione strategica di Arezzo, all' incrocio di itinerari particolarmente battuti e in collegamento con i principali insediamenti del Nord, non osteggia l'idea di una precoce crescita di importanza del centro, già nel VI secolo a.C. Le notizie tramandataci sugli antenati di Mecenate (C. Maecenas L. f. C. n.) sono una valida testimonianza del fatto che Arezzo conobbe un periodo regio, presumibilmente perdurante nel V forse fino agli inizi del IV secolo a.C. Anche se, come ha ben mostrato lo Schulze, è ormai certo che Maecenas era un gentilizio (femm. Maecenatia) e non un cognomen, sappiamo comunque che il famoso amico e collaboratore di Augusto apparteneva, per parte di madre, alla più nobile famiglia etrusca di Arezzo (i Cilnii, appunto: Tacito negli Annales lo chiama Gaius Maecenas o anche Cilnius Maecenas). E’ noto altresì che l'albero genealogico di Mecenate era esposto nell'atrio della sua villa sull'Esquilino; d'altronde sia Orazio che Properzio hanno celebrato il loro intelligente benefattore come «più nobile degli Etruschi» (Lydorum quidquid Etruscos / incoluit finis nemo generosior est te); «stirpe dei re tirreni» (Tyrrhena regum progenies); «cavaliere del sangue dei re etruschi» (eques Etrusco de sanguine regum). E’ anche famoso un brano delle Satire oraziane ( I, 6, 3-4) in cui si afferma che gli antenati materni e paterni di Mecenate un tempo comandarono grandi eserciti (avus tibi matemus fuit atque patemus / olim qui magnis legionis imperitarent); riguardo a questi versi si è dato un soverchio rilievo al fatto che matemus preceda patemus (con le solite speculazioni sul preteso matriarcato etrusco), senza tener conto di ben più semplici spiegazioni, come le esigenze metriche (la a lunga di matemus). Dunque si ha l'attestazione di come i Cilnii (etr. Cilnie, femminile Cilnei) abbiano un tempo regnato ad Arezzo, forse nell'ambito di un sistema di successione di tipo dinastico.

Nel 1989 Augusto Campana e Adriano Maggiani hanno pubblicato l'apografo cinquecentesco di un'interessante epigrafe oggi perduta: l'epitaffio di Larthi Cilnei. Dalle parti dell'iscrizione che non pongono problemi di lettura e di interpretazione si ricava che essa si riferiva a una nobile donna di nome Larthi Cilnei, figlia di Luvchumes Cilnie, morta all'età di 83 anni (/upum avi/s lXXX/II), essendo stata moglie di Arnth Spurina per 14 anni. Il testo, verosimilmente della fine del IV secolo a.C., è di rimarchevole importanza, non solo per la lunghezza. ma anche per i dati che ci fornisce su questa appartenente alla gens aretina dei Cilnii, che risulta aver sposato uno Spurina (lat. Spurinna), un membro cioè di una delle principali famiglie tarquiniesi (forse la principale) di quel periodo.

Dopo la fase monarchica la città deve aver conosciuto, nel IV secolo a.C., l'instaurazione di un regime oligarchico, analogo a quello delle altre città-stato etrusche. Un numero ristretto di famiglie di principes o domini (tra cui primeggiava ancora la gens Cilnia), grandi proprietari terrieri, detenevano tutto il potere, con l'accesso alle nuove magistrature "repubblicane", da cui restava certamente esclusa la classe sociale inferiore, i cui componenti sono designati dalle fonti romane col termine improprio di servi (cioè 'schiavi'). In realtà si cercava di rendere in latino un termine etrusco (probabilmente etera) che indicava persone dotate dei diritti di libertà e di cittadinanza, ma non nobili.

Essi non erano dunque schiavi, ma costituivano il vasto insieme della classe subaltema: in effetti, pur godendo di condizioni giuridiche sicuramente migliori di quelle di uno schiavo, tuttavia le limitazioni della capacità di diritto pubblico e privato (tra cui l'esclusione dall'esercizio delle cariche pubbliche e dal connubio con le classi agiate) e la loro materiale dipendenza dai domini, in quanto lavoratori subordinati (legati da vincoli clientelari molto stretti), li rendeva, agli occhi dei Romani, più simili a schiavi che a liberi. Dionigi di Alicarnasso con maggiore finezza usa il termine greco penestai (parola che etimologicamente significa 'poveri' e che in Tessaglia indicava una classe intermedia tra liberi e schiavi). Tra le due classi dei domini e dei servi etruschi si svilupparono, almeno dalla metà del IV secolo a.C., forti contrasti e frizioni, paragonabili alle lotte tra patrizi e plebei a Roma. Nelle singole città-stato etrusche lo scontro conobbe comunque dinamiche differenti. Ad Arezzo, a quanto pare, non si perseguì la soluzione di questi conflitti attraverso una serie di graduali concessioni alla classe inferiore, preferendo probabilmente la "linea dura" di un arroccamento del ceto aristocratico nei suoi privilegi. Si ha notizia di diverse rivolte dei ceti inferiori, tutte soppresse tramite l'intervento di eserciti esterni, evidentemente chiamati dalla nobiltà aretina. Un primo moto di ribellione dev'essere quello ricordato nell'elogio in latino di Aulus Spurinna (etr. Aule Spurinas), che rivestì tre volte la magistratura suprema di Tarquinia (cioè fu zilath); l'intervento dell'esercito tarquiniese a sedare il bellum servile di Arezzo deve essere datato attorno al 358 a.C., o poco dopo, restando complessivamente valide le posizioni interpretative di Mario Torelli sugli Spurinna.

In questo periodo Tarquinia era in effetti la città etrusca egemone e 1'oligarchia aretina riconosceva palesemente questo ruolo guida, chiedendo l'aiuto delle armi tarquiniesi per bloccare rivolgimenti non tollerabili degli equilibri politico-sociali. Il matrimonio sopra ricordato tra LaIthi Cilnei e Arnth Spurina è una prova tangibile dell'alleanza delle aristocrazie di Arezzo e di Tarquinia. Secondo Tito Livio nel 311 a.C. tutti i popoli d'Etruria, tranne gli Aretini, presero le armi e posero l'assedio a Sutri, già città etrusca, ma allora colonia romana (dal 383 a.C.). Si trattò di una guerra di grosse proporzioni per il controllo di quella città che era una sorta di "ingresso dell'Etruria". Dopo una serie di scontri che si protrassero per qualche tempo, nel 310 i Romani inflissero una pesante sconfitta alle truppe etrusche (si parla addirittura di sessantamila nemici uccisi o fatti prigionieri), riuscendo a penetrare profondamente nell'Etruria centrale e interna. Subito dopo da Perugia (in cui nell'anno successivo fu lasciato un presidio romano), Cortona e Arezzo, che a quel tempo erano come le capitali dei popoli d'Etruria, furono inviati ambasciatori a Roma con richieste di pace; fu concessa una tregua trentennale.

Comunque si è notato che Arezzo non doveva aver partecipato direttamente alla spedizione militare. La politica filoromana degli oligarchi aretini (la potenza di Tarquinia era ormai in fase declinante e comunque si avvertiva più vicina la presenza di Roma) traspare anche dalle vicende della rivolta servile del 302 a.C. In quell'anno, scrive Livio, scoppiò ad Arezzo un'insurrezione contro l'influente famiglia dei Cilnii che, odiata per le sue enormi ricchezze, stava per essere scacciata dalla città. I disordini si propagarono ad altre zone dell'Etruria (Roselle); il dittatore Marco Valerio Massimo riuscì, ad ogni modo, nel 301 a.C. a riconciliare la plebe aretina con i Cilnii. Nel 294 a.C., alla fine di una serie di scontri tra Roma e una coalizione gallo-etrusco-sannita, tre città «potentissime, tra le più in vista dell'Etruria», cioè Volsinii, Perugia e Arezzo, ottennero una tregua quarantennale e un trattato di alleanza, essendo però comminata a ciascuna di loro un'ammenda di cinquecentornila assi, per la parte che avevano avuto nella recente guerra.

Polibio racconta che dieci anni dopo questi fatti, nel 284 a.C., un'armata di Galli Senoni sopraggiunse per assediare la città di Arezzo e i Romani accorsero subito in aiuto, ma subirono una grave disfatta, in cui lo stesso console Lucio Cecilio Metello Denter sarebbe rimasto ucciso. I Galli furono comunque respinti dopo una serie di scontri immediatamente successivi. L'anno seguente (283 a.C.) presso il lago Vadimone si svolse una battaglia decisiva per le sorti dell'Etruria, in cui una coalizione gallo-etrusca fu sbaragliata dai Romani. Sembra da escludere che tra i contingenti etruschi schierati contro Roma nella battaglia del Vadimone, e guidati con ogni verosimiglianza dai Volsiniesi, ci fossero degli Aretini, dato che, come si è visto poco sopra, tra le classi dominanti di Arezzo prevaleva ormai una politica filoromana. Durante la seconda guerra punica, nel 217 a.C., il console romano Gaio Flaminio Nepote aveva posto il campo nei pressi di Arezzo, poco prima di cedere alle provocazioni di Annibale cadendo nella trappola della rovinosissima battaglia del lago Trasimeno.

Nel 209 il propretore d'Etruria Gaio Calpurnio Pisone segnalò allarmato il rischio che una rivolta generale di tutti gli Etruschi potesse essere innescata da una sollevazione della popolazione di Arezzo, ma le minacce di un intervento armato bastarono a riportare la situazione alla normalità. Sappiamo che Pisone era a capo di un esercito composto da due legioni, di cui una almeno era dislocata nei pressi di Arezzo, dove, nel 208 a.C., egli consegnò il controllo della provincia al suo successore Gaio Ostilio Tubulo, che pure non mosse il campo. Come dimostra la particolare attenzione dei governatori romani, Arezzo in questo periodo doveva essere la più influente città dell'Etruria ormai in declino. I tentativi di ribellione dovettero coinvolgere anche i maggiorenti (che forse cominciavano a vedere in Annibale il nuovo padrone d'Italia) e assumere una portata preoccupante, al punto che da Roma fu inviato a Ostilio Tubulo l'ordine di farsi consegnare dagli Aretini degli ostaggi. La legione accampata presso Arezzo fu fatta entrare nella città per disporre dei presidi; si convocò il senato aretino imponendo la consegna degli ostaggi. Dopo alcuni indugi che permisero la fuga di sette dei principali senatori con i figli (i loro beni furono subito confiscati e messi all'asta), si stabilì di consegnare centoventi ostaggi scelti tra i figli dei senatori rimasti. Essi furono condotti a Roma da Gaio Terenzio Varrone (l'ex console, superstite della battaglia di Canne del 216 a.C.), che poco dopo fu rimandato ad Arezzo con un' altra legione, mentre Ostilio Tubulo con gli altri soldati percorreva tutta l'Etruria per sorvegliarla.

Nel 205 a.C. varie città etrusche si impegnarono a fornire aiuti al console Publio Cornelio Scipione (poi "Africano") per la costruzione di una flotta contro Annibale. Tra le varie prestazioni fornite, descritte dettagliatamente da Livio, spicca il contributo "volontario" di Arezzo, sproporzionatamente più grande di tutti gli altri. Nel fatto si può leggere la maggiore potenza economica della città rispetto agli altri centri etruschi dell'epoca, oppure la manifestazione di un intento punitivo particolarmente pesante da parte di Roma, dopo le vicende del 209-208 a.C., oppure entrambe le cose. Arezzo godeva certamente dei diritti di municipio all'epoca della guerra civile, quando, essendosi schierata con Mario, dovette sopportare la deduzione di una colonia di veterani sillani (detti Arretini fidentiores, rispetto agli Arretini veteres, ossia l'antica popolazione etrusca).

Nel 63 a.C., durante il tentativo di colpo di stato, Catilina raccolse truppe anche tra Aretini (specie tra ifidentiores) e Fiesolani. Nel corso della seconda guerra civile Arezzo si trovò dalla parte di Pompeo e perciò Cesare vi dedusse per punizione una seconda colonia di veterani (Arretini Iulienses). Nella prima età imperiale i cittadini romani di Arezzo risultano assegnati alla tribù Pomptina; si tratta di un periodo molto florido, in cui la città è rinomata (come già dal I secolo a.C.) per l'industria della sua argilla (l'argilla aretina, appunto, o "terra sigillata", una ceramica molto fine di color rosso corallo), la fertilità della campagna, le cave di pietra e l'ottimo legname. La fortunata posizione sulla via Cassia favorisce questa tendenza di sviluppo. Nel Foro di Arezzo (sito presso il Duomo attuale) si era riprodotto il Foro di Augusto di Roma. Vari senatori romani appartengono ad antiche famiglie aretine, di origine etrusca, o coloniale, come i Cilnii, i Ciartii, i Martii e gli Avilii. Tuttavia nel il secolo d.C. comincia per Arezzo una fase di declino, accentuatasi anche nell'epoca tardo-antica. Tra le cause principali della decadenza del centro si distinguono il nuovo percorso della via Cassia e il trasferimento delle officine di ceramica in altre province. La città riacquistò prestigio soltanto nel Medioevo.

L'antica Arezzo, sorta sulle colline prospicienti la valle del Clanis, era considerata da Strabone la città etrusca più interna. Per la sua posizione, essa costituiva il centro naturale della popolazione agricola sparsa nella fertile Val di Chiana e nacque, forse come avamposto di Chiusi, nel momento della massima espansione etrusca verso Nord (VI se. a.C.).

La città d'origine etrusco romana è, per lo più, visibile nei tracciati e negli allineamenti dell'antico tessuto che sono stati conservati nei secoli dal sovrapporsi degli elementi edilizi con la sola eccezione dei grandi cambiamenti strutturali che hanno toccato l'area cacuminale della città, oggi occupata dal Prato e dalla limitrofa Fortezza sangallesca, ed i comparti corrispondenti ai quartieri meridionali pedecollinari, completamente rivoluzionati dalla crescita urbana moderna. Già la città etrusca subì radicali cambiamenti ed una completa romanizzazione tra il I sec. a.C. e il I sec. d.C. quando prese forma la urbs nova che modificava l'assetto preesistente, imponendo le rigorose regole dell'organizzazione urbana e civica del mondo romano. La civitas rifondata dai coloni romani era strutturata in un ampio scacchiere composto da oltre cinquanta insulae a testimoniare l'ampiezza del suo sviluppo urbano, con ville extra moenia, impianti termali entro e fuori il recinto fortificato, con il grande anfiteatro posto fuori città al di là del torrente Castro che, per l'appunto, in quei pressi lambiva l'angolo meridionale del rettangolo urbano.

La città era adagiata a partire dalla sommità dei colli, poi dedicati a S. Donato e S. Pietro, dove oggi sono la Fortezza e la Cattedrale, con gli assi ortogonali disposti da nord ovest verso sud est, e da nord est verso sud ovest.

Al primitivo villaggio etrusco si era in parte sovrapposta quella nuova disposizione, continuando probabilmente a sussistere un'autonoma aggregazione di case lungo la direttrice casentinese. Esistono testimonianze specifiche ancora oggi osservabili dell'impianto urbano etrusco romano; fra queste l'asse costituito dall'odierna via Pellicceria - via Fontanelle e quello di via Colcitrone - via de' Pescioni, che mostrano la compresenza e soprattutto l'integrazione della città etrusca con quella romana.

Oltre ai monumenti maggiori rinvenuti, testimoniati dagli imponenti resti dell'anfiteatro a sud e del teatro a nord, nei pressi della Fortezza, la presenza romana vive in una serie di reperti, colonne, targhe, corniciami disseminati e variamente reimpiegati nelle dimore e negli edifici successivi ancor oggi visibili in fregio alle cortine di case e palazzi. Di particolare interesse i ritrovamenti di parti basamentali in travertino e pietra sedimentaria appartenute a ville patrizie, di cisterne laterizie, di bozze lapidee ciclopiche di mura, ma anche residuali compagini murarie in cotto, quali, ad esempio, i pochi resti attestanti l'andamento della cosiddetta "terza cerchia" d'epoca imperiale, che, unitamente agli amplissimi corredi ceramici, costituiscono un patrimonio quanto mai ricco ed eloquente circa le fortune sociali vissute dalla città fino alla crisi dell'Impero romano.

Se scarsi sono i dati archeologici dell'abitato, più consistenti sono invece le tracce dei numerosi ed importanti santuari che ospitavano celebri ex voto, quali la famosa Chimera in bronzo ed il cratere Euphronios, oggi nel Museo Archeologico Nazionale di Firenze, ed i cui edifici erano ornati da terracotte di grande rilievo estetico, dovute ad un'affermata scuola coroplastica locale (piazza San Jacopo, via Roma, etc.). All'area urbana, circondata da una cinta di grandi blocchi di pietra, faceva riscontro l'ampia necropoli di Poggio Sole, formatasi nel VI sec. a.C. ed utilizzata fino all'età romana.

Della notevole prosperità economica di cui Arezzo godette per tutta l'età ellenistica e la successiva età romana sono indizio i complessi monumentali quale quello di San Cornelio-Castelsecco, imponente santuario extraurbano, forse del II sec. a.C., che ricevette più tardi un'imponente sistemazione scenografica con la presenza di un binomio teatro-tempio, su modello degli analoghi santuari laziali. Entrata nell'orbita di Roma e divenuta municipium, era dotata di grandi edifici pubblici, come il complesso delle terme e del teatro, posto nei pressi della Fortezza, e il Foro, che doveva verosimilmente trovarsi in un'area compresa tra Porta Crucifera e piazza Vasari, mentre varie zone residenziali sono state recentemente individuate in piazza Vasari, via Albergotti, via dei Pescioni, piazza Colcitrone, San Niccolò, via Cesalpino, etc.

Nel I sec. d.C., epoca del massimo splendore della città per il fiorire dell'industria di ceramica 'sigillata', i cui splendidi esemplari possono essere ammirati nel Museo Archeologico 'Gaio Cilnio Mecenate', Arezzo continuò ad espandersi fino alle pendici delle colline di San Pietro e San Donato (aree precedentemente occupate da sepolcreti ed officine) ed ebbe come limite estremo le vie Crispi e Guadagnoli, dove furono eretti, nel II sec. d.C., un ninfeo e l'anfiteatro, che oggi accoglie il Museo Archeologico.

Situato nella zona meridionale della "città murata", è accessibile da Via Margheritone e da Via F.Crispi. Realizzato tra la fine del I e l'inizio del II sec. d.C. con blocchi in arenaria, laterizi e marmi, presenta una forma ellittica, a due ordini di gradinate. L'asse maggiore misura m. 121 e il minore di 68; la capienza raggiungeva, presumibilmente, gli 8-10 mila spettatori.

Purtroppo è stato ripetutamente rimaneggiato tanto da servire da cava di pietre e di altro materiale sia per la costruzione della chiesa e del convento di San Bernardo nel XVI sec., oggi sede del Museo Archeologico, sia per innalzare le mura medicee e ampliare il Seminario alla fine del Settecento, quindi è stato parzialmente interrato. Tra i resti è visibile parte della platea con intorno pochi ruderi degli ambulacri, pittorescamente incorniciati da pini e cipressi.

La necropoli più antica di Arezzo si trovava a sud-est della città e occupava il Poggio del Sole; le tombe a fossa risalgono alla prima metà del VI secolo a.C. e contenevano buccheri e, nel periodo tardo-arcaico, anche ceramica a figure nere di produzione etrusca e attica, gioielleria, ecc. In genere i cippi tombali sono emisferici e a base rotonda. I cippi funerari, così come lo stile dei più antichi bronzetti, farebbero individuare in Chiusi e Volterra i centri principali di maggiore contribuzione alla formazione della cultura locale. All'inizio dell'età Ellenistica, in rapporto al notevole incremento della città e della sua popolazione, anche il numero delle tombe aumenta in misura considerevole. I riti dell'inumazione e dell'incinerazione risultano avere coesistito.

Il Museo è intitolato a Gaio Cilnio Mecenate e ha come sede l'ex monastero di S. Bernardo, edificio pregevole che sorge sui resti dell'anfiteatro romano (metà del II secolo d.C.) le cui volte sono visibili al primo piano. Il museo si aprì nel 1823 come raccolta di "Storia naturale e Antichità" e si è accresciuto nel tempo, sia con l'acquisizione di varie raccolte, poi confluite nelle raccolte della Fraternita dei Laici, che con i notevoli apporti degli scavi ottocenteschi e recenti. Divenuto statale nel 1973, è articolato in 26 sale, ed è stato di recente completamente rinnovato.

Il piano terreno è ordinato topograficamente, mentre in quello superiore si trovano le sezioni speciali (paleontologia, preistoria, numismatica) e le singole collezioni appartenute a cittadini aretini (Bacci, Gamurrini, Funghini, Ceccatelli). Tra i reperti più significativi della sezione etrusca, si distinguono i preziosi gioielli della necropoli di Poggio del Sole, un'imponente decorazione frontonale policroma, di notevole resa plastica con scene di combattimento, da Piazza S. Jacopo (480 a.C.), una serie di interessanti teste-ritratto e busti votivi da via della Società Operaia (II-I a.C.), nonché i reperti del grandioso santuario di Castellsecco (lastre decorative, un altare in pietra e statuette votive di bambini in fasce), un ciottolo iscritto per la divinazione e il quinipodium, un esemplare monetale di notevoli dimensioni di cui sono noti solo due esemplari al mondo. Di risonanza universale sono inoltre il magnifico cratere attico con Amazzonomachia, capolavoro del ceramografo Euphronios (510 - 500) e la celeberrima anfora da Casalta con il ratto di Ippodamia, della scuola del pittore di Meidias (420 - 410).

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